Howard R. Carr: tra Dalí e Warhol, ma sempre di ritorno in studio

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Dagli anni Settanta a oggi, la storia documentata di un artista americano che ha attraversato momenti importanti dell’arte contemporanea senza trasformarli in una biografia di celebrità.

di Ce Jamieson

Ci sono carriere artistiche costruite intorno alla visibilità e altre che sembrano svilupparsi quasi in direzione opposta: un’opera dopo l’altra, un decennio dopo l’altro, mentre l’artista torna semplicemente al lavoro. La storia del pittore e scultore americano Howard R. Carr appartiene soprattutto a questa seconda categoria.

Carr vive e lavora a Washington, D.C., e porta avanti da oltre cinquant’anni una pratica che attraversa pittura, scultura, assemblaggio e sperimentazione. Negli ultimi mesi, il riordino del suo archivio ha fatto emergere una serie di documenti che collocano alcuni momenti della sua biografia accanto a nomi molto noti del Novecento. Ma ciò che rende interessante quel materiale non è la vicinanza alla celebrità: è il contrasto tra quegli incontri e la continuità, molto più silenziosa, del suo lavoro personale.

Uno dei capitoli più sorprendenti risale all’inizio degli anni Settanta. Chris Murray, fondatore della Govinda Gallery di Washington e testimone diretto di quella stagione, ha raccontato che Howard Carr incontrò Salvador Dalí a Cadaqués nel 1971. L’anno successivo Carr tornò in Catalogna con Murray e Kim Waters. Nel racconto pubblicato da Murray, i tre trascorsero diverse settimane a Cadaqués e frequentarono per circa sei settimane, nelle ore serali, la casa di Dalí a Portlligat, dove suonavano musica mentre l’artista riceveva ospiti.

Murray ricorda inoltre che Carr, Waters e lui portarono il pittore visionario Robert “Bob” Venosa a casa di Dalí e lo presentarono all’artista catalano. È un dettaglio importante proprio perché restituisce il clima di quegli anni: giovani artisti e musicisti che si muovevano tra incontri, idee e linguaggi diversi, senza sapere quali nomi sarebbero poi diventati parte della storia ufficiale dell’arte.

Più di un decennio dopo, un’altra immagine d’archivio riporta Carr al centro di una scena oggi immediatamente riconoscibile. Photo Museum Ireland conserva e identifica una fotografia del 1984 scattata alla Govinda Gallery di Washington nella quale Howard R. Carr appare insieme ad Andy Warhol, Peter Wise e Martin Kotler, con Chris Murray seduto in primo piano. Anche in questo caso, la fotografia non trasforma Carr in un personaggio della Factory né suggerisce una collaborazione con Warhol. Documenta però la sua presenza reale in un ambiente artistico che, in quegli anni, stava mettendo in relazione artisti locali, figure internazionali e una nuova scena culturale nella capitale americana.

Govinda non fu per Carr una semplice tappa occasionale. Espose lì nel 1978, nel 1984 e ancora nel 1998. The Washington Post recensì il suo lavoro nel 1984 e nel 1998, offrendo due punti di riferimento utili per seguire l’evoluzione della sua ricerca a distanza di quattordici anni. Nel 2022 Carr è stato inoltre semifinalista dell’Outwin Boochever Portrait Competition della Smithsonian National Portrait Gallery, una delle più note rassegne statunitensi dedicate al ritratto contemporaneo.

Mettendo in fila questi elementi si potrebbe essere tentati di raccontare Howard Carr attraverso gli altri: Dalí, Warhol, la Govinda Gallery, le istituzioni. Sarebbe però il modo meno preciso di leggerne la carriera. I nomi celebri sono contesto; l’opera di Carr è il soggetto.

La parte più significativa della sua storia è ciò che accade dopo ogni incontro, dopo ogni mostra, dopo ogni recensione: Carr torna nello studio. Non costruisce una personalità pubblica attorno agli episodi più spettacolari della sua biografia. Continua a dipingere, modellare, assemblare, cambiare scala e sperimentare. Alcune opere sono figurative, altre più concettuali; in certi lavori l’ironia convive con riferimenti culturali e politici, in altri emerge una ricerca più intima sulla memoria, il corpo e la percezione.

Questa continuità aiuta anche a spiegare perché il suo archivio stia attirando oggi nuova attenzione. Nel settembre 2026 articoli dedicati a Carr sono apparsi negli Stati Uniti, in India e in diverse testate italiane, tra cui Milano Arte Magazine. Non si tratta di una “riscoperta” nel senso classico del termine, perché l’artista non ha mai smesso di lavorare. Piuttosto, è il pubblico che sta tornando a guardare una traiettoria rimasta attiva per decenni.

Lo stesso principio guida il lavoro di ricostruzione documentaria in corso: distinguere con precisione ciò che è verificato da ciò che è soltanto suggestivo. Una fotografia può dimostrare una presenza, ma non automaticamente un’amicizia. Un ricordo pubblicato può testimoniare un episodio, ma va attribuito a chi lo racconta. Un incontro con un grande artista può illuminare un contesto, ma non deve sostituire l’analisi dell’opera di chi vi partecipò.

È proprio questa cautela a rendere più interessante il caso di Carr. La sua biografia non ha bisogno di essere ingrandita. Basta seguirne la durata. Dagli anni Settanta a oggi, il filo che unisce Cadaqués, Washington, Govinda e il presente non è una successione di nomi famosi, ma la pratica quotidiana di un artista che ha continuato a produrre.

Nel 2026 è stata inoltre presentata la candidatura di Howard R. Carr alla John Simon Guggenheim Memorial Foundation Fellowship per il ciclo 2027. Anche questo passaggio appartiene a un momento più ampio di riconsiderazione del suo percorso: non come tentativo di trasformare retroattivamente Carr in una figura che non è mai stato, ma come occasione per mettere ordine nelle fonti, mostrare la qualità e la persistenza del lavoro e permettere alle istituzioni e al pubblico di valutarlo direttamente.

Forse il punto più contemporaneo della sua storia è proprio questo. In un sistema culturale che spesso misura il successo attraverso l’attenzione immediata, Howard Carr offre un’altra cronologia: quella di chi attraversa epoche, mode e circuiti differenti mantenendo il centro nello studio. Le fotografie con Dalí o Warhol attirano inevitabilmente lo sguardo. Ma, una volta entrati nell’archivio, la domanda più interessante cambia: che cosa significa continuare a essere un artista per più di mezzo secolo, anche quando l’attenzione pubblica si sposta altrove?

Per Howard R. Carr, la risposta sembra essere rimasta sorprendentemente coerente: continuare a fare il lavoro.

Nota sull’autrice

Ce Jamieson lavora come Artist Development & Exhibition Advisor e segue la ricostruzione dell’archivio, lo sviluppo espositivo e la comunicazione editoriale di Howard R. Carr.

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Giovanni Manzo
Articoli: 2003

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