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Guardare nell’era dell’iper-visibilità di Cristina Gentile

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Tre mostre alla Fondazione Prada che interrogano il nostro sguardo

Alla Fondazione Prada, le mostre di Hito Steyerl, Cao Fei e Mona Hatoum si presentano come come dispositivi di rallentamento in un tempo che sembra aver perso la capacità di fermarsi. Entrare negli spazi della Fondazione significa, prima di tutto, sottrarsi a quella continuità visiva che scandisce le nostre giornate — uno scorrere incessante di immagini che si consumano nel momento stesso in cui appaiono, senza lasciare traccia, senza sedimentare. Qui, invece, le immagini resistono. Chiedono tempo. E, soprattutto, chiedono attenzione.

Nel lavoro di Hito Steyerl, l’immagine non è mai innocente. È instabile, frammentata, spesso volutamente eccessiva. Schermi, flussi digitali, simulazioni e narrazioni si intrecciano in ambienti immersivi dove lo spettatore si trova a oscillare tra realtà e costruzione, tra informazione e manipolazione. Ma ciò che colpisce non è tanto la complessità tecnologica quanto la sensazione di disorientamento: un riflesso diretto della condizione contemporanea, in cui siamo esposti a una quantità di dati tale da rendere difficile distinguere ciò che conta da ciò che è rumore. Le sue immagini amplificano il caos, lo rendono visibile, costringendoci a prenderne atto.

Con Cao Fei, lo sguardo si sposta in uno spazio più ambiguo, sospeso tra reale e virtuale. Le sue opere costruiscono mondi paralleli, ambienti digitali, narrazioni che sembrano familiari e allo stesso tempo distanti. Qui l’immagine diventa rifugio ma anche illusione: uno spazio in cui evadere, ma che rivela, sotto la superficie, le trasformazioni profonde della società contemporanea, dalla vita urbana alla tecnologia, dal lavoro all’identità. Le sue visioni hanno qualcosa di ipnotico, ma non consolatorio. Piuttosto, mettono in scena quella condizione di scollamento che molti sperimentano quotidianamente: essere presenti ovunque e, allo stesso tempo, da nessuna parte.

Nel percorso di Mona Hatoum, infine, l’immagine si ritrae, si fa essenziale, quasi silenziosa. E proprio in questo silenzio acquista una forza diversa. I suoi lavori non bombardano lo spettatore, lo mettono di fronte a forme, materiali e situazioni che sembrano minime ma che contengono tensioni profonde: fragilità, controllo, vulnerabilità, conflitto. Qui l’attenzione non è dispersa ma concentrata, quasi obbligata. Ogni elemento richiede di essere osservato lentamente, come se solo attraverso questa lentezza fosse possibile accedere al suo significato. È un’esperienza opposta a quella del flusso digitale: non accumulo, ma sottrazione.

Attraversare queste tre mostre significa, in fondo, attraversare tre modalità diverse di rapporto con l’immagine nel presente. Da un lato, l’eccesso e la saturazione; dall’altro, la costruzione di mondi alternativi; infine, la riduzione all’essenziale. Tre strategie che, pur così diverse, convergono in una stessa urgenza: restituire peso alle immagini. In un’epoca in cui siamo continuamente esposti a contenuti che scorrono senza sosta diventa sempre più difficile fermarsi, pensare, distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è. L’immagine, da strumento di conoscenza, rischia di trasformarsi in superficie vuota.

Eppure, proprio queste mostre suggeriscono una possibilità diversa. Non rifiutare le immagini, ma reimparare a guardarle. Non subirle, ma attraversarle. Forse il punto non è ridurre la quantità, ma cambiare il modo in cui ci relazioniamo a esse: recuperare una forma di attenzione che oggi appare quasi radicale. Perché, in fondo, ciò che manca non sono le immagini, ma lo spazio mentale per accoglierle davvero. E in questo spazio l’arte torna a essere non solo visione, ma esperienza.

Cristina Gentile

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Cristina Gentile
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