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Digitalizzare le fiere d’arte in Italia: perché è ancora impossibile

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Immaginate una galleria milanese. Espone in una delle grandi fiere d’arte italiane — cinque giorni, stand allestito, opere di artisti del Novecento italiano accuratamente selezionate. Arriva un collezionista da Londra, uno da Dubai, una curatrice da New York. Oppure no — non arrivano, perché non sanno che quella fiera esiste. Perché quella fiera non è online. Perché nessuno l’ha digitalizzata. E il motivo non è la mancanza di tecnologia, né di investitori, né di volontà. Il motivo è una legge del 1941.

La norma che blocca tutto

La Legge n. 633 del 22 aprile 1941 sul diritto d’autore stabilisce che il diritto di riproduzione di un’opera d’arte appartiene esclusivamente all’autore — e resta in capo all’autore anche dopo la vendita dell’opera stessa. Questo diritto dura per tutta la vita dell’autore e per 70 anni dopo la sua morte.

Significa che chiunque voglia pubblicare online l’immagine di un’opera di Fontana, Morandi, Burri, Guttuso — artisti che hanno fatto grande l’arte italiana nel mondo — deve richiedere autorizzazione preventiva alla SIAE, sezione OLAF Arti Figurative, attendere dai 30 ai 90 giorni, compilare moduli specifici e pagare una tariffa stabilita dal Compendio delle norme e dei compensi per la riproduzione di opere delle arti figurative, aggiornato nel 2024.

Il conto che non torna

Una fiera d’arte di medie dimensioni ospita 150-200 gallerie. Ogni galleria espone opere di più artisti. Digitalizzare quella fiera — costruire un catalogo online professionale, dare visibilità internazionale agli espositori, permettere a un collezionista di Tokyo di sfogliare le opere dal proprio telefono — significherebbe gestire potenzialmente migliaia di autorizzazioni separate, ognuna con i propri tempi, i propri costi, la propria burocrazia.

Il risultato è che nessuno lo fa. Le fiere d’arte italiane rimangono eventi fisici di cinque giorni. Invisibili al collezionista straniero che non può viaggiare. Invisibili ai giovani appassionati d’arte che cercano tutto online. Invisibili al mercato globale che nel frattempo si è spostato definitivamente sul digitale.

La galleria del nostro esempio — quella con le opere del Novecento italiano — finisce la fiera, smonta lo stand, torna a Milano. Le sue opere non le ha viste nessuno fuori da quei cinque giorni, fuori da quei quattro muri.

L’Europa ha già deciso

Nel marzo 2024 la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che il monopolio SIAE nella gestione dei diritti d’autore non è compatibile con il diritto dell’Unione Europea. La sentenza è chiara: il sistema italiano costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi nel mercato interno europeo. Nel resto d’Europa sistemi più flessibili consentono già da anni la promozione digitale delle opere con meno vincoli burocratici.

L’Italia ce la fa quando vuole

C’è però una storia che merita di essere raccontata, perché dimostra che quando il sistema dell’arte italiano si mobilita, i risultati arrivano.

Per anni le gallerie italiane operavano con uno svantaggio fiscale enorme: l’IVA sulla compravendita di opere d’arte era al 22%, la più alta in Europa, mentre la Francia applicava il 5,5% e la Germania il 7%. Un collezionista pagava fino al 18% in più acquistando la stessa opera in Italia rispetto alla Francia. Il mercato italiano perdeva clienti, fatturato, competitività.

Il 20 giugno 2025, dopo anni di pressioni degli operatori del settore, il Consiglio dei Ministri ha abbassato l’IVA sulle opere d’arte dal 22% al 5% — la più bassa in Europa. Una vittoria storica per l’intero sistema dell’arte italiano.

Se l’Italia ha trovato la volontà politica di riformare un sistema fiscale che penalizzava il mercato dell’arte, può trovare la stessa volontà per riformare un sistema normativo che ne blocca la digitalizzazione.

La domanda che non possiamo non porci

Il diritto d’autore è sacrosanto. Gli artisti meritano di essere remunerati per l’utilizzo della propria opera. Su questo non c’è discussione.

Ma in un mondo in cui la visibilità digitale è ossigeno per il mercato dell’arte — in cui una fiera scoperta online porta collezionisti da tutto il mondo, in cui un artista italiano sconosciuto a Berlino può diventare un riferimento internazionale grazie a un catalogo digitale ben fatto — è lecito chiedersi:

Una norma nata nel 1941, pensata per un mondo senza internet, applicata così com’è alla realtà digitale del 2025, sta davvero servendo gli artisti, le gallerie e le fiere italiane? O sta semplicemente tenendo l’arte italiana lontana dal mondo che la cerca?

Giovanni Manzo — Milano Arte Magazine

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Giovanni Manzo
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