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Arte e cultura a Milano

C’è un colore che più di ogni altro sfugge alle definizioni semplici. Il nero non è solo assenza, né soltanto eleganza: è materia, profondità, tensione. La mostra “Abitare il Nero. Da Alberto Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese”, ospitata negli spazi del CUBO presso la Unipol Tower, invita a esplorare proprio questa complessità, costruendo un dialogo raffinato tra arte e moda.
Al centro del percorso si colloca la ricerca di Alberto Burri, figura chiave dell’arte del secondo Novecento. Medico di formazione, Burri ha trasformato la pittura in un campo di sperimentazione materica, introducendo sacchi, plastiche, combustioni. Le sue superfici non rappresentano: accadono. Il nero, nei suoi lavori, non è mai neutro ma carico di energia, traccia di un processo che lascia emergere ferite, tensioni e stratificazioni.
Un elemento cruciale della mostra è rappresentato da Nero con punti, non solo per la sua intensità visiva ma anche per il peculiare intervento di restauro che l’ha recentemente interessata. L’opera, fragile e complessa, è stata conservata attraverso l’utilizzo del funori, una sostanza naturale derivata da alghe marine, impiegata da secoli nella tradizione giapponese.
Il funori, estratto da alghe rosse, è un adesivo leggero e reversibile, ideale per materiali delicati. A differenza di tecniche più invasive, non altera l’aspetto dell’opera e ne rispetta la struttura, consentendo interventi futuri. Nel caso di Burri, questa scelta assume un valore che va oltre la tecnica: significa accettare la vulnerabilità della materia, accompagnarla invece di correggerla. Il restauro diventa così un gesto di cura che dialoga con il senso stesso dell’opera.
Questa sensibilità risuona profondamente con la cultura giapponese, dove il tempo e l’imperfezione sono elementi da accogliere. Non sorprende, quindi, che accanto a Burri la mostra presenti tre protagonisti della moda giapponese contemporanea, capaci di ridefinire il rapporto tra corpo, abito e spazio.
Issey Miyake è stato uno dei più innovativi designer del Novecento: attraverso la sperimentazione sui materiali e le celebri plissettature, ha unito artigianato e tecnologia, trasformando il tessuto in una struttura dinamica.
Yohji Yamamoto ha fatto del nero la propria cifra stilistica. Le sue silhouette ampie e destrutturate mettono in discussione i canoni occidentali, proponendo un’estetica poetica fatta di asimmetrie e vuoti.
Junya Watanabe, erede della ricerca di Comme des Garçons, esplora invece le potenzialità dei materiali tecnici e delle costruzioni complesse, concependo la moda come un laboratorio sperimentale.
A orchestrare questo dialogo è la curatrice Silvia Casagrande, che costruisce un ponte tra discipline diverse, mostrando come il nero possa diventare un terreno comune: non solo colore, ma spazio concettuale condiviso.