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Arte e cultura a Milano

Torna a Milano l’arte coreana! La K-Art Global Association, che vanta oltre 25 anni di storia, con mostre annuali a Parigi e tappe nelle principali città d’arte mondiali (da Londra a Bali, fino al Museo di Istanbul), presenta una nuova esposizione imperdibile. Dal 14 al 19 aprile 2026 è visitabile I dialoghi del Colore presso Spazio Conte Rosso, un’area espositiva frutto della nuovissima rigenerazione di un ex complesso industriale, testimone di importanti trasformazioni urbane in un vivace quartiere storico.
Per l’organizzazione l’arte è uno strumento di dialogo che supera i confini geografici. Coerentemente a questo assunto, fedele alla sua missione di “diplomazia privata attraverso l’arte” e confermando la sua vocazione al confronto interculturale, la K-Art sceglie di invitare ad esporre sei artisti italiani che possano confrontare le loro ricerche con quelle dei sud-coreani. Stili e temi si intrecciano nell’incontro unico tra più di cento opere, che condividono il percorso di visita con quelle di Alessandra Lanese, Carmen Restifo, Sara Meliti, Susy Manzo, Elisabetta Zatti, Antonello Arena e Gio Manzoni, che ha chiamato a raccolta stimati talenti operanti nel territorio milanese. Manzoni da anni mantiene uno stretto rapporto con la Corea, anche in previsione della sua personale a JeJu nel mese di maggio.
La mostra promossa dalla K-Art Global Association offre uno sguardo sulla vivace scena artistica coreana contemporanea, nonché internazionale, dato che comprende anche creativi operanti all’estero. Attraverso una varietà di linguaggi e tecniche, si interroga l’identità complessa della Corea del Sud, sospesa tra la rilettura di antiche tradizioni e un futuro in rapida evoluzione. Mondi nuovi cercano continuità con immaginari lontani, nel tempo e nello spazio. Così il cuore pulsante di questa multiforme avventura è la scoperta di affinità e differenze tra l’arte italiana e coreana nel dialogo del colore, inteso come materia principe della pittura, ma anche come rispondenza simbolica nella forma scultorea, o rivelatore di intensità emozionale nella narrazione fotografica. Nella molteplicità delle visioni si possono trovare punti di contatto inaspettati o siderali opposizioni, che arricchiscono la comprensione di entrambe le culture.
È vero che tutti gli esponenti condividono la proficua esplorazione di tecniche congeniali alla propria poetica. Ogni artista vive il presente con un occhio rivolto a identità del passato e uno aperto alla sperimentazione, attendendo possibili e coerenti sviluppi.
Osservando come l’esplosione di stili coreani rifletta una dinamica identità culturale e sociale, è interessante notare come il recupero di antichi linguaggi, ad esempio quello calligrafico, sappiano ricostruirsi in una dimensione concettuale assolutamente moderna, nella quale entra il vissuto personale. Ritrovo questa passione, e questo gusto, nei lavori di Jung Ki Seok, ma anche negli intagli in carta di Susy Manzo, dall’estrema ed elegante precisione: sono entrambe indagini intime, di delicata attenzione al dettaglio e alla storia dietro alla traccia, nella quale il biancore dell’antico supporto esalta il contrappunto di una storia giocosa, o persino divertente, legata all’identità, nella sua costruzione e maturazione. Per l’artista italiana anche la sottrazione racconta, unendo pieni e vuoti in una mappa resistente ad un’essenza di fragilità.
Alessandra Lanese trasporta sulla tela il passaggio di memorie che riemergono. Una nave, un treno: sono immagini mentali che prendono vita nella mescolanza con il corpo del colore, riaffiorano e al contempo si dissolvono in un pulviscolo materico che confonde la rappresentazione oggettiva. Non sono più strumenti per l’umano ma suggerimenti di aspirazioni, mentre lo spazio che contempla il movimento resta aperto al divenire. Su un attimo che supera il senso del tempo si sofferma anche la fluidità del pennello di Kim Hee Ju, non materializzandosi su un simbolo ma accogliendo la rispondenza tra figura e paesaggio in una visione onirica, quasi psico-magica. Ci aspettiamo di chiudere gli occhi e trovare le sue sembianze mutate, quando li riapriremo.
Attraverso la sensibilità contemporanea gli artisti in mostra osservano simboli resi universali da una tradizione figurativa. Gio Manzoni ad esempio qui esplora la mitologia greca alla luce dei capolavori rinascimentali e barocchi, per incuriosire con la bellezza monumentale dei soggetti e portare il pubblico a ragionare su tematiche attuali quali la crisi climatica e la tutela ambientale. In mostra il suo tratto riconoscibile studia divinità fluviali, elementi del pantheon riunito nell’opera Pianeta Fetonte.
Per Antonello Arena si tratta di un dialogo tra la perfezione del passato e l’inquietudine del presente, innescato dalla figura di Antinoo, consegnata a noi dalla classicità come emblema di bellezza malinconica. L’artista decide di “manomettere” un’icona della giovinezza fondendola con un decoro da tappezzeria e toppe murali, un modo per portare l’arte museale in strada, più vicino all’uomo. Così pure le sacre croci restano impresse in una matericità quasi vicina all’Informale per Shin Gwi Hwa. Frottage od oggetto reale, sottoforma di ombra/lacuna o rilievo, la religiosità del manufatto permane come un fantasma, come qualcosa che rivive solo respirando l’aria densa della nostra era.
Altre intromissioni di epoche artistiche differenti in una nuova dimensione concettuale si avvertono nell’apparente astrazione di Suh Bong Han. Nella gioiosa accumulazione di geometrie dai colori brillanti si nascondono profili di montagne ideali accompagnati dalla sfera solare, indizi di un paesaggio osservato da lontano come, al contrario, nella figurazione scultorea di Elisabetta Zatti le texture sull’epidermide d’argilla amplificano un richiamo verso atmosfere ancestrali. Non soltanto il disegno sui volti dei suoi dormienti, anche la misteriosa forma cava sulla terra nuda, senza il filtro moderno del colore, riporta al contatto con il Selvaggio. Per entrambi l’esortazione a raggiungere un luogo di profonda pace avviene nella progressione del fare, nella costruzione dell’immagine.
Sara Meliti fotografa attimi in cui l’idea si manifesta concretamente, epifanie del significato di una creazione. Può essere lo scatto durante uno spettacolo di danza contemporanea o può essere quel catturare l’anima di un’azione performativa nei gesti e nell’espressione del corpo che l’interpreta, come Nasciù di Silvia del Grosso. L’artista cattura il “momento di grazia”, quel punto esatto in cui la realtà pare sospendersi per farsi finzione, in un silenzio condiviso dalla pittura di Lee Su Jung, ma solo in un primo piano fatto di quinte ideali e geometriche. Oltre quella porta già aperta si accede al rumore di mondi interiori, nella moltiplicazione dei segni. Nella rappresentazione di un’apertura, verso l’emergere di simboli del profondo.
Pensando alle tecniche di pittura tradizionale diffuse nei secoli passati in Oriente, immagino il pennello intriso di colore liquido costruire universi vegetali: la descrizione di alberi moltiplicarsi in verticale e, ancor più, l’indugiare, il fermarsi in un punto, per permettere liberamente alle macchie di farsi struttura, forma sintetica. Tutto questo lo ritrovo ancora in un dipinto di Choi Geum Suk, e da quel principio di forma organica mi avvicino alla ricerca tridimensionale di Carmen Restifo. L’opera in alluminio supera la rigidità metallica per far emergere un emblema di crescita universale, la spirale di Fibonacci nella sua affinità con strutture organiche. Una conchiglia che nell’aumentare il suo volume incarna un ordine cosmico, caratterizzato da una ritmica e costante trasformazione, impreziosita dall’irregolarità di zone in oro che celebrano il perseverare di un mistero, non esauribile in una formula.
Michela Ongaretti