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Arte e cultura a Milano

Entrando nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, si ha subito la sensazione di attraversare una soglia. Non quella di una semplice mostra, ma di uno spazio sospeso, dove il tempo sembra sedimentarsi sulle superfici e la materia racconta storie che non hanno bisogno di parole. È qui che Anselm Kiefer costruisce il suo universo dedicato alle “alchimiste”.
A prima vista, sorprende l’assenza di figure riconoscibili. Le alchimiste non sono ritratte in modo diretto, non hanno volti né gesti definiti. Eppure, sono ovunque. Si avvertono nelle superfici corrose, nei materiali consumati dal tempo, nelle stratificazioni che rendono ogni opera simile a un frammento di storia riemerso dal sottosuolo.
È proprio in questa apparente assenza che risiede la loro forza.

Le alchimiste di Kiefer non sono personaggi, ma presenze. Non appartengono a una biografia precisa, ma a una dimensione simbolica più ampia. Evocano tutte quelle figure femminili che nei secoli sono rimaste ai margini del sapere ufficiale: donne che hanno studiato, sperimentato, trasformato la materia lontano dalle istituzioni, spesso confinate in un territorio ambiguo tra scienza, magia ed erboristeria.
Kiefer non le racconta: le fa emergere.
L’alchimia, in questo contesto, non è un semplice riferimento storico o esoterico. È un modo di pensare e, soprattutto, di fare arte. Gli alchimisti cercavano la trasformazione — del metallo in oro, ma anche dell’anima. Allo stesso modo, Kiefer lavora con materiali che cambiano, si deteriorano, reagiscono al tempo. Il piombo ossida, la paglia si consuma, la cenere si disperde. Nulla è stabile, nulla è definitivo.
Guardando le opere, si ha l’impressione che siano ancora in trasformazione, come se il processo non fosse mai concluso. Ed è qui che le alchimiste diventano centrali: sono le custodi di questo continuo mutamento, le figure che incarnano la possibilità che qualcosa, anche quando sembra distrutto, possa ancora cambiare forma.
Ma c’è un altro livello, più profondo, che attraversa tutta la mostra: quello della memoria.
Per Kiefer, la materia è memoria. Le superfici bruciate e stratificate non sono solo una scelta estetica, ma un modo per rendere visibile il peso del tempo. Ogni crepa, ogni accumulo, ogni traccia sembra contenere un passato che non è mai del tutto scomparso.

Nato in una Germania segnata dalle macerie della guerra, Kiefer ha costruito tutta la sua ricerca attorno al rapporto con la storia e con ciò che viene rimosso o dimenticato. Le sue opere non raccontano eventi specifici, ma evocano una condizione: quella di un passato che continua a riaffiorare, spesso in modo inquieto.
In questo senso, le alchimiste assumono un ruolo ancora più complesso. Non sono solo simboli di trasformazione, ma anche figure che mettono in relazione memoria e oblio. Come l’alchimista lavora sulla materia per trasformarla, così queste presenze sembrano operare sulla memoria, impedendo che si fissi in una forma definitiva.
La memoria, nelle opere di Kiefer, non è mai stabile: si stratifica, si altera, si consuma. E proprio come la materia, può essere distrutta e ricomposta.
Camminando tra le sale, si ha spesso la sensazione di trovarsi in un paesaggio dopo una catastrofe. Non una distruzione totale, ma un momento intermedio, sospeso, in cui ciò che è stato non è ancora del tutto scomparso e ciò che sarà non è ancora definito. È in questo spazio che operano le alchimiste.
Ed è forse proprio questo che rende la mostra così attuale. In un’epoca in cui tutto accelera, informazioni, immagini, cambiamenti, Kiefer ci costringe a rallentare e a osservare. A riconoscere che la trasformazione non è mai immediata, che richiede tempo, stratificazione, persino distruzione.
Allo stesso tempo, le alchimiste sono anche una proiezione dell’artista stesso. Kiefer lavora come un alchimista contemporaneo: sperimenta, combina elementi, accetta l’imprevedibilità dei materiali. Le sue opere non sono mai completamente sotto controllo, ma nascono da un equilibrio delicato tra intenzione e trasformazione.
Alla fine del percorso, ciò che resta non è un messaggio univoco, ma una sensazione persistente: quella di aver attraversato qualcosa che continua a mutare anche dopo essere stato visto. Le opere di Kiefer non si esauriscono nello sguardo, ma rimangono come tracce, come residui di un processo ancora in corso.
Forse è proprio questo il lascito più forte della mostra: l’idea che la trasformazione non sia un evento straordinario, ma una condizione costante. E che, come le alchimiste sembrano suggerire, anche ciò che appare distrutto o dimenticato possa contenere, in silenzio, la possibilità di una nuova forma.
Cristina Gentile