L’ultima estate in città, quando la cornice resta ai margini. Alla Fondazione Officine Saffi, la personale di Giovanna Silva

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Alla Fondazione Officine Saffi, la personale di Giovanna Silva si presenta come un’indagine stratificata sulla città di Milano, costruita attraverso uno sguardo fotografico sospeso tra astrazione e riconoscibilità. L’ultima estate in città si presenta come un progetto che mette in relazione fotografia e materia, visione e oggetto.

Le fotografie restituiscono una Milano fatta di accostamenti inattesi, compressioni visive e dettagli che emergono quasi per frammenti. È una città che si costruisce per superfici e giustapposizioni, dove edifici lontani per epoca e linguaggio convivono in una continuità disordinata ma familiare. In questo senso, il lavoro di Silva rinnova una riflessione già nota sul tessuto urbano milanese, restituendone però una percezione più ambigua e sfuggente, giocata sull’equilibrio tra riconoscibilità e astrazione.

Il progetto trova il suo elemento più interessante nel dialogo con Officine Saffi Lab: ogni fotografia è accompagnata da una cornice in ceramica realizzata artigianalmente, pensata non come semplice supporto ma come estensione dell’immagine. La ceramica introduce una dimensione materica che entra in contrasto con la leggerezza visiva della fotografia.

Dal vivo, queste cornici si presentano come elementi solidi, spesso caratterizzati da superfici smaltate, spessori irregolari e dettagli che richiamano un lessico architettonico. In alcuni casi sembrano quasi piccoli frammenti di facciata, o moduli decorativi estratti dal tessuto urbano e ricomposti attorno all’immagine.

È qui che la mostra rivela una tensione irrisolta.

Nonostante la qualità della realizzazione e l’interesse della ricerca, le cornici faticano a imporsi come elementi autonomi all’interno del percorso espositivo. La loro presenza resta spesso subordinata alla fotografia, più accompagnamento che controparte. Il dialogo tra immagine e oggetto, invece di svilupparsi come confronto, tende a rimanere implicito.

Anche l’allestimento contribuisce a questa percezione: le opere sono disposte secondo una logica piuttosto lineare, che privilegia la lettura delle immagini ma non sempre valorizza la tridimensionalità e il peso delle cornici. Ne risulta un ritmo espositivo uniforme, in cui l’elemento più sperimentale del progetto rimane in parte trattenuto.

Eppure, proprio in queste cornici si intravede il potenziale della mostra. Pensate come dispositivi capaci di tradurre l’immagine in materia, avrebbero potuto costruire una narrazione parallela, o persino entrare in tensione con le fotografie, ridefinendone lo sguardo. Una maggiore autonomia nello spazio o una messa in scena più incisiva avrebbe permesso loro di emergere non come margini, ma come veri centri del discorso.

L’ultima estate in città resta una mostra che fa pensare e dona sensibilità. L’ambizioso incontro tra fotografia e ceramica si apre con uno spazio di possibilità solo parzialmente esplorato. Questa mostra dona una forte direzione futura che permette esplorare una pratica espositiva in cui supporto e immagine smettono definitivamente di essere distinti, per diventare parte di un unico linguaggio.

Cristina Gentile

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