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Arte e cultura a Milano

Nelle sale di Palazzo Reale, la fotografia di Robert Mapplethorpe si impone per la sua precisione quasi scultorea. La mostra Le forme del desiderio propone un percorso essenziale ma efficace, che permette di leggere con chiarezza la coerenza del suo linguaggio visivo, al di là delle interpretazioni più legate alla provocazione.
Ciò che emerge con maggiore evidenza è il controllo formale. Ogni immagine è costruita con attenzione: la luce definisce i volumi, le composizioni sono rigorose, gli elementi ridotti al minimo. Questo approccio non cambia al variare dei soggetti, ma diventa il vero filo conduttore della mostra.
È in questo contesto che si inserisce uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Mapplethorpe: il parallelismo tra corpo umano e natura morta. Le fotografie di fiori, spesso considerate marginali rispetto ai celebri nudi, risultano invece centrali per comprendere la sua ricerca. Il fiore viene isolato, sottratto al contesto, e trasformato in una struttura visiva precisa, quasi astratta.
Lo stesso avviene con il corpo. Le pose sono studiate, la componente narrativa è assente, il movimento viene eliminato. Il corpo non è raccontato, ma mostrato. Diventa superficie, linea, volume. In questo modo, la distanza tra soggetto vivo e oggetto inanimato si riduce fino quasi a scomparire.
Il confronto tra queste due tipologie di immagini chiarisce il metodo dell’artista: non è il soggetto a determinare il significato, ma il modo in cui viene costruito. Fiori e corpi sono trattati secondo gli stessi principi visivi, e proprio questa uniformità genera una lettura più complessa.
Anche il tema del tempo, tipico della natura morta, si riflette nei nudi. I fiori sono colti nel momento della loro massima definizione, ma rimandano a una condizione inevitabilmente transitoria. Allo stesso modo, i corpi appaiono sospesi in una perfezione che esclude il cambiamento, come se fossero fissati fuori dal tempo.
In questo quadro, l’erotismo perde immediatezza e diventa costruzione. È presente, ma filtrato da un’estetica rigorosa che ne attenua l’aspetto istintivo. Più che coinvolgere direttamente, le immagini richiedono uno sguardo attento, capace di cogliere le relazioni tra forma, equilibrio e composizione.
La mostra milanese restituisce così un Mapplethorpe più misurato e complesso, lontano da letture superficiali. Il dialogo tra corpo e natura morta diventa la chiave per comprendere un lavoro fondato sulla precisione e sulla coerenza.
In un contesto visivo dominato dalla rapidità e dall’eccesso di immagini, il suo sguardo appare ancora oggi sorprendentemente attuale: un invito a osservare con maggiore attenzione, partendo dalla forma.
Cristina Gentile